Dopo la lettura di Lezioni di McEwan, sentivo il bisogno di rifugiarmi in un autore fidato, uno di quelli che sai per certo ti accompagneranno fino all’ultima pagina. La scelta è ricaduta naturalmente su Vonnegut. Eppure, devo ammettere che anche questa volta ho rischiato di abbandonare il libro a metà strada – cosa che non mi sarei mai aspettato da lui. Alla fine, però, il suo inconfondibile sarcasmo e quella simpatia corrosiva che lo contraddistingue hanno avuto la meglio, trascinandomi verso la conclusione.
Hocus Pocus non raggiunge certamente le vette dei suoi capolavori – Mattatoio n. 5 e Ghiaccio-nove restano inarrivabili – ma rimane comunque un’opera significativa nel panorama vonnegutiano. Attraverso la lente deformante del suo caratteristico cinismo, l’autore continua a scandagliare temi di bruciante attualità: la guerra e le sue cicatrici indelebili, il razzismo sistemico, la follia insita nella natura umana, il collasso delle istituzioni americane.
Il protagonista, Eugene Debs Hartke (il nome stesso è un omaggio al leader socialista americano), è un ex militare del Vietnam che ricostruisce la propria esistenza attraverso frammenti di carta recuperati in una biblioteca fatiscente. La struttura narrativa frammentaria rispecchia perfettamente la disintegrazione morale e sociale che permea il romanzo. Hartke ci offre il ritratto di una vita dissoluta, segnata da innumerevoli relazioni extraconiugali – di cui tiene un conteggio ossessivo e grottesco – mentre cerca disperatamente una qualche forma di redenzione prendendosi cura con dedizione quasi masochistica della moglie e della suocera, entrambe affette da gravi disturbi mentali.
La frammentazione del racconto crea inizialmente un senso di spaesamento, ma è proprio questa struttura a restituire l’essenza del pensiero di Vonnegut: la storia non è mai lineare, la verità si nasconde nei dettagli apparentemente insignificanti, e la vita stessa è un collage di momenti disconnessi che solo a posteriori acquistano un senso.
Tra le molteplici storie che si intrecciano nel romanzo, quella che emerge con maggiore forza emotiva è l’incontro sul finale con il figlio illegittimo di Hartke. È in questo momento che il personaggio, fino ad allora cinico e distaccato, rivela finalmente la sua umanità nascosta. Questo episodio rappresenta l’unico spiraglio di autentica redenzione in un universo narrativo altrimenti dominato dal fallimento e dalla disillusione. È come se Vonnegut volesse dirci che, nonostante tutto il cinismo e la disperazione, esiste ancora la possibilità di un legame umano genuino, di un’eredità che trascenda gli errori del passato.
Il romanzo funziona anche come spietata satira dell’America reaganiana e post-reaganiana: il college d’élite che diventa prigione, i reduci di guerra trasformati in guardie carcerarie, il crollo del sogno americano rappresentato letteralmente dal collasso delle istituzioni educative e carcerarie. Vonnegut, con la sua consueta lucidità profetica, anticipa molte delle contraddizioni che ancora oggi lacerano la società americana.
Hocus Pocus è un libro imperfetto, a tratti persino faticoso, ma porta impresso il marchio inconfondibile di un grande autore. Forse non è il Vonnegut da cui iniziare, ma per chi già conosce e ama la sua voce irriverente, rappresenta un tassello importante di una riflessione sulla condizione umana che attraversa tutta la sua opera. E alla fine, come sempre con Vonnegut, ci si ritrova a ridere amaramente di fronte all’assurdità tragica dell’esistenza – che è poi esattamente ciò che rende i suoi libri così necessari.



