Lezioni è uno di quei romanzi che sembrano avere tutto per essere importanti e finiscono invece per essere soltanto lunghi. Lunghi non nel senso fecondo del grande romanzo-mondo, ma in quello più stanco della dilatazione continua, dell’accumulo di episodi che non portano da nessuna parte. McEwan scrive bene, come sempre, ma qui la sua prosa impeccabile diventa una trappola: elegante, controllata, eppure incapace di giustificare le centinaia di pagine che pretende dal lettore.
Il libro segue la vita di Roland Baines, ma più che un percorso esistenziale sembra una deriva. Gli eventi accadono, si sovrappongono, vengono raccontati con cura minuziosa, senza che emerga un vero nucleo tematico o emotivo. C’è la Storia — la Guerra Fredda, la Brexit, la pandemia — ma resta sullo sfondo come una scenografia costosa mai davvero abitata. C’è la vicenda privata, ma non si trasforma mai in conflitto significativo. Tutto scorre, nulla incide.
La prolissità è il vero problema del romanzo. Ogni riflessione viene stirata oltre il necessario, ogni dettaglio psicologico viene spiegato invece che evocato. McEwan sembra voler dimostrare, pagina dopo pagina, di saper pensare con finezza, ma dimentica di far sentire perché dovremmo interessarci a quei pensieri. Il risultato è un libro che parla moltissimo senza dire granché, che promette una “lezione” ma non chiarisce mai quale sia.
Lezioni non è un brutto romanzo. Non irrita, non scandalizza, non commuove. Si lascia leggere con una certa ammirazione tecnica e si dimentica subito dopo, come una conversazione brillante durata troppo a lungo e conclusa senza una vera idea. McEwan resta uno scrittore importante, ma qui sembra prigioniero della propria autorevolezza, incapace di tagliare, scegliere, rischiare. E quando un romanzo non rischia nulla, finisce per non parlare di nulla.



