Ci sono libri che catturano per la loro trama, altri che incantano per la scrittura e altri ancora che riescono a fare entrambe le cose. Colazione da Tiffany appartiene a questa terza categoria. Non è soltanto un classico, ma un libro indispensabile che, insieme a Il giovane Holden, Il grande Gatsby e 1Q84 di Murakami, occupa un posto nell’olimpo dei miei libri preferiti.
Tutti parlano di Holly Golightly, tutti la cercano e tutti la vorrebbero. Eppure il nostro narratore se la ritrova un giorno nel suo appartamento in affitto a Manhattan: Holly è entrata dalla finestra, passando per la scala antincendio. Da quell’incontro nasce un’amicizia precaria, proprio come la vita di Holly.
Holly vive in uno stato di continua emergenza, trascinando con sé una fragilità che nasconde dietro una vita apparentemente libera e spensierata. La sua storia comincia molto prima di Manhattan, quando, a soli quattordici anni, viene affidata all’uomo che la sposerà. Ma Holly lo lascerà presto, inseguendo il sogno di diventare attrice e tentando la fortuna in una vita che sembra non concederle mai un vero punto d’appoggio.
Ed è proprio questo il fascino di Holly: la sua contraddizione. Fragile e ingenua, ma allo stesso tempo sfuggente e irresistibile, riesce a far innamorare tutti quelli che incontra — persino i lettori più refrattari. Capote costruisce attorno a lei un personaggio impossibile da dimenticare, lasciandoci intuire, dietro il sorriso e la leggerezza, tutta la solitudine di una ragazza che cerca disperatamente un posto da poter chiamare casa.



